Qualche domanda a Nicola Manuppelli, letteratura americana e "Festa d'amore".

Il tè tostato ha potuto rivolgere alcune domande al responsabile della presenza in Italia dell'opera di Charles Baxter Festa d'amore, il libro pubblicato da Mattioli e in dirittura d'arrivo nella lettura con @TwoReaders. Nicola Manuppelli, gentilmente racconta alcuni aspetti del suo lavoro, del suo modo di farlo,apre ai "suoi" autori e dà consigli di lettura.
Felice di poter arricchire l'esperienza del gruppo con contenuti dedicati ringrazio i professionisti che di volta in volta me lo consentono.

Nel tuo lavoro di scouting all’interno della letteratura nord americana prediligi autori di una estrazione geografica o tradizione culturale precisa?
Quello che faccio, di solito, è di muovermi da autore ad autore. Tramite i consigli dello scrittore stesso (quando vivo) o attraverso la sua biografia. Leggo le interviste di questi autori, guardo le loro librerie, cerco di ricostruire quella che è la loro “biografia di lettori”, una cosa che faccio da sempre perché mi piace moltiplicare il sapore provato con uno scrittore. In questo modo, spesso, si arriva a scrittori completamente scomparsi dai circuiti. Devo dire, poi, che sono molto interessanti i commenti dei lettori – per esempio i commenti su Amazon americano ecc. – perché meno guidati, meno snob, e credo più onesti di quelli dei giornalisti. Per esempio  Chuck Rosenthal è un autore che ho scoperto grazie al mio amico,maestro (ed enorme scrittore) Chuck Kinder, che ho visitato a Pittsburgh e di cui ho divorato tutta la libreria. Mi piacciono anche i creative writing, vedo sempre quali circuiti di scrittori si sono creati nel tempo. La letteratura americana è anche una grande storia di amicizia fra scrittori.

Nel momento in cui scopri un autore, ne approfondisci l’intera produzione?
Sì, assolutamente. Per convincermi, un autore mi deve piacere in toto. E poi c’è anche il fattore curiosità. Di solito mi piace leggere tutta l’opera e anche le biografie e le interviste che trovo in giro. Il che, per tornare alla domanda di sopra, mi aiuta spesso a trovare altri nuovi autori.

Ci sono opere che hanno riscosso successo di pubblico in USA, ma che non sono state capite in Italia? Quali possono esserne le ragioni? 
Io ho tradotto Ernest Gaines e il suo “Una lezione prima di morire”, libro e autore immensi. “Una lezione prima di morire” negli Stati Uniti è considerato un vero e proprio classico, studiato nelle scuole al pari di “Il buio oltre la siepe”. E credo abbia anche venduto moltissimo. Mi viene in mente anche Stewart O’Nan, che in Italia è uscito con diversi editori, ma che non ha avuto la fortuna che merita. E Thomas McGuane, che negli Stati Uniti è stato lanciato dalla stessa persona che ha lanciato Carver. E poi i poeti. Anni fa ho tradotto le poesie di Ed Field, che insieme a Wendell Berry, credo sia il più grande poeta americano. In Italia è uscito un libro di Diane Athill che parla di lui. Ed è un poeta straordinario, ma qui credo ci sia anche un problema più generale relativo alla poesie. E poi un nome che potrebbe sorprendere, Stephen King. Credo che qui non abbia il giusto rilievo che merita. Non è un autore di genere, ma un grande scrittore e stop. Il suo “22/11/63” è per me il più bel libro uscito negli ultimi dieci anni, un vero capolavoro sulla narrativa e l’arte di raccontare storie. Gli americani sono meno snob in questo. “Mucchio d’ossa” ha vinto il National Book Award. Ignorare King per capire la letteratura americana è come ignorare Dickens per capire la letteratura inglese.
Le ragioni? Troppo lungo dare una risposta. In primo luogo credo che gli editori italiani siano troppo “stilistici”, cioè ragionino più per immagine. Poi credo guardino più a ciò che ha avuto successo rispetto a ciò che potrebbe averlo. Non rischiano. E questo crea un mercato ripetitivo. E noioso. E poi dividono il pubblico in due categorie, quello di nicchia e quello dei bestseller, non mischiando in alcun modo le carte e non sforzandosi di farlo diventare un pubblico unico. I grandi libri non dividono il pubblico. Un libro spesso non funziona non per il pubblico, ma perché non può arrivare a questo pubblico, perché lo si taglia fuori molto prima per diversi motivi. Io ho una mia idea di casa editrice e spero prima o poi di riuscirci. Ma quello di cui sono convinto è che i lettori sono l’ultimo dei problemi. La gente ha un bisogno innato di storie. Se il pubblico non le legge è chi fa da megafono a queste storie (editori, giornali, anche le scuole) a dover fare autocritica. Fanno milioni di discorsi, hanno milioni di muri e paletti e quando continuano ad andare male, non li mettono mai in discussione. Per fortuna mi capita di frequentare qualche oasi felice. ma poi c’è tutto il contorno.

Cosa ti ha determinato a scegliere questo libro e a proporlo ai lettori italiani?
Avevo lavorato su Andre Dubus e mi era capitato fra le mani un libro di Baxter, una raccolta di racconti. Me ne sono innamorato. Questo è il primo e unico principio con cui scelgo e propongo i libri. Me ne innamoro.

Quali sono secondo te le caratteristiche dello stile e dell’opera di Baxter?
Anche qui sarebbe lungo rispondere per esteso. Ho scritto una postfazione dove ne elenco alcuni. Il principale, credo, sia questa ricerca della felicità in letteratura. La ricerca,   nonostante le difficoltà, di una storia felice o di quel     momento   dove la felicità la porta a interromperla. E poi c’è la  bravura   e la sensibilità dello scrittore, il suo essere attuale,divertente e serio al tempo stesso, umano, luminoso. L’uso di più voci e la tipologia di personaggi sono poi altre cose che mi hanno colpito. Baxter viene da una grande tradizione letteraria. È uno scrittore di short stories prestato al romanzo.

Cosa ti ha determinato a scegliere “Festa d’amore”?
Perché proprio questo fra i suoi libri? Perché insieme alla novella “Believers” credo sia fra le sue cose più riuscite, perché ha il retrogusto della commedia ed è anche molto cinematografico, mi ricorda un certo tipo di America che si vede nei film, e avevo voglia di stare fra le pagine di una cosa del genere. È stata una bellissima esperienza tradurlo.

Che rilevanza entrare in contatto e conoscere lo scrittore ai fini della scelta e della traduzione di un’opera?
Più che altro è piacevole, perché spesso la sintonia si estende anche al piano umano. Charles – rispetto ad altri miei amici un po’ più cowboy, tipo Kinder o Bobby Ward – è una persona riservata, piacevole, molto colta e fine. Mi ricorda molto un altro autore americano, John Smolens, che viene da quelle stesse aree e con cui ho avuto il piacere di fare un reading su Dubus lo scorso gennaio a Roma (leggete il suo “Freddo”, vale la pena).

Nel tuo lavoro di traduttore ti sei consultato con l’autore?
Non sulla traduzione. Invece un lungo scambio di mail entusiaste perché, finalmente, avevamo un suo libro in Italia. Era da tanto che ne parlavamo.

Quali sono le maggiori difficoltà nell’approccio a una traduzione?
Acquisire la voce dell’autore. La sintonia per fortuna riesco ad averla prima, scegliendo io stesso i testi che devo tradurre.

Cosa accade in Festa d’amore?
Quello che dice il titolo. Un banchetto, una festa, un trionfo dell’amore nelle sue diverse forme.

Grazie a Nicola Manuppelli.

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